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La “Legge” non è uguale per tutti – capitolo VII

C’E’ CHI DICE NO: L’ESPERIENZA

Vi sembra che nelle note precedenti abbiamo preso un po’ troppo di mira gli esempi di Larry Cohen? D’altra parte è l’autore più prolifico e celebre per quel che riguarda la Legge, ed è lui che negli ultimi vent’anni l’ha resa popolare attraverso due libri di successo e numerosissimi articoli pieni zeppi di esempi. Una fonte da cui attingere per sostenerne la validità, ma che si presta anche, come abbiamo visto, a metterne in luce incongruenze e contraddizioni.
A seguito della sua opera divulgativa è subito sorto un coro osannante, che ha replicato all’unisono esempi e smazzate favorevoli alla Legge, considerandola addirittura indispensabile per una più completa cultura dichiarativa e supporto irrinunciabile ad una moderna licitazione competitiva.

Dopo 10 anni dall’uscita del secondo libro di Larry Cohen, finalmente qualcuno esternò i suoi dubbi e la sua avversione alla Legge. Non uno qualsiasi, ma Mike Lawrence, esponente dei famosi Aces di Dallas, la squadra di professionisti del bridge messa in piedi da Ira Corn, alla fine degli anni ‘60, per contrastare l’inarrestabile supremazia dell’Italia (non che oggi siamo da meno).
Lawrence vanta una carriera bridgistica costellata di successi: ha vinto praticamente tutto ciò che si poteva vincere, tra cui per ben tre volte la Bermuda Bowl. Ed è una riconosciuta autorità in fatto di valutazione della mano, di dichiarazioni competitive e no, con decine di libri al’’attivo sui più diversi argomenti.
Nel 2004, raccolte tutte le sue esperienze e le sue riflessioni, Lawrence si decise a pubblicare un libro CONTRO la Legge, scritto a quattro mani insieme ad Anders Wirgren, appassionato teorico svedese di sistemi dichiarativi e autore di software per il bridge.
Intitolato “I fought the Law of total tricks”, il testo mette bene in risalto situazioni licitative che contrastano con quanto previsto dalla Legge e riporta inoltre i risultati di simulazioni statistiche effettuate dallo stesso Wirgren sulla corrispondenza tra atout totali e prese totali.

L’ESPERIENZA DEL CAMPIONE

Nel primo capitolo Lawrence ritorna indietro nel tempo e la prima smazzata che ci propone come esempio è quella giocata più di 40 anni prima nel torneo a coppie Calgary Regional in Canada.
Il suo compagno Peter Rank, avvocato, produttore teatrale e spesso partner di Barry Crane, primo di mano in Sud e tutti in zona, aprì di 1[H] (almeno quinto) e l’avversario alla sua sinistra contrò.
Voi che conoscete la Legge, in Nord con queste carte, cosa avreste dichiarato?
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A parte il notevole fit a Cuori dove avete almeno 10 atout sulla linea, il resto è una desolante collezione di “quack” (Dame e Fanti) di dubbio valore, in una mano piuttosto bilanciata.
Quale è la vostra risposta?
Lawrence, che a quel tempo non poteva contare sulla Legge, dichiarò 3[H] come misura preventiva, nel tentativo di intralciare in qualche modo il dialogo avversario, che però si sviluppò così:

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Questa la mano completa:

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E’ una smazzata del 1962 e Jean-René Vernes probabilmente era ancora alle prese con carta e matita ad analizzare i Campionati del Mondo oggetto della sua ricerca statistica. Il ricordo di quella mano tormentò a lungo Lawrence e gli ritornò in mente come il suo primo impatto con la Legge.
Una distribuzione di 18 atout e 16 prese, in verità anche statisticamente lontana da quell’80% coperto dalla Legge (18 atout e 17-18-19 prese), con una differenza di 2 prese in meno rispetto al numero di atout, e che secondo le statistiche di Vernes ha mediamente una frequenza del 5,9%, un caso davvero poco probabile.
Il risultato fu disastroso per N-S, che andarono 2 down in zona contro un parziale a Quadri o a Fiori, nonostante l’impeccabile esecuzione di Peter Rank.
Nel riquadro viene riportata la probabilità del numero di prese conseguibili dalle due linee con 18 atout totali, in base ai dati statistici rilevati da Jean-Renè Vernes.

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Al valore centrale (18 prese) corrisponde una percentuale del 33,23%, la più alta rispetto agli altri valori, quindi la più probabile nei confronti del resto dei risultati presi singolarmente e meglio evidenziata nel grafico

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Se la mano giocata da Lawrence avesse avuto 17 prese (19%) lo score sarebbe certamente migliorato, perché divise 10-7 si poteva ancora andare 2 down, ma in questo caso gli avversari avrebbero probabilmente potuto realizzare la manche a Picche, divise 9-8 si andava 1 down, ma forse per gli E-O era comunque difficile contrare punitivamente o raggiungere il proprio PAR di 3[S]. Tutto sommato, a spanne, almeno un 6% circa di casi favorevoli alla dichiarazione di barrage.
Con 18 prese (33%) il barrage a Cuori sarebbe stato più che opportuno, divise 9-9 si poteva realizzare il contratto, divise 10-8 si andava 1 down a fronte di una possibile manche. In un ulteriore 41% di casi ci sarebbero state più di 18 prese per un totale del 74% di casi in cui la dichiarazione di 3[H] era appropriata. A questo totale possiamo aggiungere anche la percentuale favorevole delle 17 prese totali per un risultato finale di almeno l’80%.

Se le probabilità danno ragione a Lawrence non così la Legge, che in questo caso imporrebbe di dichiarare a livello del numero di atout sulla propria linea (un altro corollario di Vernes) e cioè addirittura 4[H]! come fa notare lo stesso Lawrence, ma con le attuali 16 prese totali divise 7-9 l’esito sarebbe stato catastrofico.

In tutta onestà, voi cosa avete pensato di dichiarare?

Cerchiamo di stabilire quale sia la dichiarazione migliore tra 3 e 4[H].
Se si applicasse la Legge si dovrebbe ragionare così: avendo 10 carte d’atout gli avversari avranno un fit di nove carte (23=9+7+7) o un doppio fit di 8 carte (23=8+8+7). Gli atout totali dovrebbero quindi essere 18-19 con conseguenze non indifferenti sul numero di prese totali e non bisogna trascurare il fatto che con un doppio fit di 8 carte è molto probabile che uno dei due sia a Picche.
E questo è un motivo in più per alzare il livello della dichiarazione, ma solo fino ad un certo punto.

La licita di 4[S] avrebbe senso solo con almeno 18 prese totali e quindi nel 74% dei casi, a cui però va sottratta la pHercentuale relativa alla divisione 9-9 delle prese tra le due linee, con la quale non sarebbe conveniente competere in zona per un parziale rischiando il contro, ed anche la divisione 11-7 in cui si paga 800 a fronte di una manche, la cui percentuale va anch’essa sottratta da quel 74% delle distribuzioni di 18 e più prese. Molto meno quindi dell’80% coperto dal 3[H] di Lawrence, che possiamo considerare migliore di circa un 20%.

In definitiva l’esperienza ha avuto ragione. Non che sia riuscita ad impedire un brutto score, in questo caso piuttosto poco probabile, ma ha suggerito una dichiarazione che nella maggior parte delle situazioni si sarebbe rivelata vincente (a dispetto dei rimbrotti di Peter Rank).

L’esperienza è un fattore che prescinde dai dettami della Legge. Può aiutare a prendere decisioni che poi alla prova dei fatti possono anche risultare inappropriate nello specifico caso, ma si rivelano percentualmente più efficaci di quelle suggerite dalla semplice somma degli atout. Ed è pur sempre un patrimonio che appartiene ad ogni singolo giocatore, legato ad eventi realmente vissuti, che si può migliorare con l’apprendimento e si affina nel tempo.

Che dire invece di quella capacità innata che ci spinge a fare delle scelte senza una precisa ragione e senza alcuna apparente relazione con l’esperienza?

Stiamo parlando dell’istinto, che molto spesso a bridge, come in tanti altri campi, rappresenta la differenza tra un esperto e un vero fuoriclasse, come vedremo nel prossimo articolo.

 

 

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Giacomo Andrea Crucinio (CRM010, Milano Bridge), laureato in fisica, docente, giornalista, consulente di editoria aziendale e uffici stampa per società in gran parte high tech, ha come principali interessi musica, cinema e, naturalmente, bridge. E’ sposato, 3 figli (unica pecca: nessuno di loro gioca a bridge). “La passione per il bridge è scaturita in un fumoso bar della Facoltà di Scienze di Milano. Mi ha affascinato subito, ma impegni personali, familiari e di lavoro non mi hanno permesso di praticarlo con quella assiduità che avrei voluto. Pur non avendo mai smesso di seguirne le vicende, la mia pratica del bridge si è concentrata di più sugli aspetti teorici, certamente non emozionanti come le smazzate ‘vissute’ direttamente al tavolo, ma non meno interessanti. Strada facendo ho annotato dubbi, riflessioni o analisi su argomenti mai veramente risolti, come quello delle prese totali, che spero di pubblicare in un prossimo futuro. La firma red.jack è una vecchia abitudine di firmare articoli di settori diversi con nomi e sigle diverse. In questo caso è un nickname di sapore più attuale”.

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