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Tomaso Bruno ed Elisabetta Boncompagni e gli altri italiani detenuti all’estero

Intervista all’Avvocato Francesca Carnicelli

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Bill Gates: “Giocando a Bridge si impara qualcosa che ci rende bravi in tutto ciò che facciamo nella vita. Insegnatelo ai giovani: vi ringrazieranno per sempre.”
La rubrica di Bridge D’Italia Online “Assi” si propone di sfruttare la presenza nel mondo del Bridge di professionisti di prim’ordine per approfondire importanti temi di attualità.
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Francesca CarnicelliFrancesca Carnicelli, giovane avvocato penalista e procuratore federale aggiunto della nostra Federazione, nonché membro dell’Appeal Tribunal della World Bridge Federation, svolge anche l’attività di legale pro-bono per l’Associazione Onlus Prigionieri del Silenzio, che si occupa di tutelare i diritti degli italiani detenuti all’estero.

E’ di pochi giorni fa la notizia che Tomaso Bruno ed Elisabetta Boncompagni sono stati proclamati innocenti e liberati. I due giovani italiani, di Albenga e Torino, dal 2010 erano detenuti in India, a Varanasi, con l’accusa di omicidio (per un riepilogo dei fatti si rimanda a questo articolo su wikipedia).

Per l’Associazione Prigionieri del Silenzio ti sei occupata di questo caso, assistendo le famiglie Bruno e Boncompagni. Puoi spiegarci come si è passati dalla condanna all’ergastolo, del 23 Luglio 2011, all’assoluzione del 20 Gennaio 2015?

Nel 2015 si è finalmente accertata la verità. I ragazzi e le loro famiglie si sono trovati proiettati in un incubo giudiziario da cui fortunatamente sono usciti ma che, in ogni caso, ha tolto cinque anni di libertà a Tomaso ed Elisabetta. Credo che la assoluzione della Corte Suprema indiana sia dovuta non soltanto alla innocenza degli imputati ma anche al livello di maggiore preparazione dei giudici che compongono la massima Corte.

La condanna all’ergastolo è apparsa inaspettata anche per la stessa stampa indiana, per via dei numerosi elementi a favore dei nostri connazionali: dalla controperizia autoptica, alle testimonianze della famiglia della vittima (che ha dichiarato che Francesco Montis soffriva di patologie respiratorie) e di altre persone che avevano incontrato i protagonisti della vicenda, alla mancanza di elementi che provassero la loro colpevolezza. Quali sono state dunque le ragioni della condanna?

Quando i genitori di Tomaso si sono rivolti a “Prigionieri del silenzio” mi sono fatta inviare gli atti – all’epoca era stata emessa soltanto la sentenza di primo grado – e sono rimasta inorridita dal metodo di svolgimento delle indagini e della ricostruzione dei fatti operata dal Tribunale. Cosa posso dire? Non c’era alcuna prova che Tomaso ed Elisabetta avessero ucciso il loro amico: nessun movente, nessuna certezza scientifica sulla causa della morte, testimoni che si erano contraddetti sin dall’inizio, un’attività investigativa volta esclusivamente a costruire la prova della loro colpevolezza. Il Tribunale di primo grado e quello di Appello hanno però accettato acriticamente gli esiti delle indagini e ignorato le eccezioni e la ricostruzione dei fatti operata dai difensori.

A questo caso viene frequentemente accostato quello dei due marò Massimiliano Latorre e Salvatore Girone. Qualcuno sostiene che la crisi diplomatica che si è creata fra Italia e India in seguito alle vicende dei militari abbia penalizzato Tomaso Bruno ed Elisabetta Boncompagni. Di fatto, però, la condanna dei due giovani è del 2011, mentre la vicenda dei marò ha avuto inizio nel Febbraio 2012. Qual è la tua opinione?

Sono due questioni completamente diverse che, inoltre, riguardano livelli politici diversi. Certo, quando l’Italia era ai ferri corti per la questione dei marò noi tutti eravamo preoccupatissimi che potessero esserci ripercussioni di natura politica sul processo di Tomy.

Tomaso Bruno Elisabetta Boncompagni3Gli imputati, la famiglia e voi legali vi aspettavate l’assoluzione?

Io, sbagliando, ero convinta che li avrebbero assolti anche in appello. I legali dello studio Titus (il law firm che ha difeso i ragazzi) hanno sempre rassicurato la famiglia. I genitori speravano.

Come hanno vissuto Tomaso ed Elisabetta questi cinque anni di prigionia?

Con grande maturità, pazienza e forza di volontà. Senza mai perdere la speranza.

Com’era la loro condizione in carcere?

Considerato che si trovavano in India direi buona perché stavano quasi sempre all’aperto. La struttura non ha celle ma grandi stanze abbastanza ariose.

Hanno subìto trattamenti diversi legati al fatto di essere stranieri o, in particolare, italiani?

Le autorità indiane li hanno trattati come i loro connazionali e, anzi, talvolta hanno cercato di venire incontro alle esigenze della famiglia.

Era stata presentata richiesta di estradizione?

No.

Tomaso Bruno Elisabetta Boncompagni4A quanto ammontano le spese che le famiglie hanno dovuto sostenere per la difesa, e quanto è ragionevole aspettarsi che si riesca a recuperare?

Non posso rendere pubblico quanto è stato speso ma si tratta di centinaia di migliaia di euro e non recupereranno niente.

L’Associazione Prigionieri del Silenzio è attiva dal 2008. Quali sono le difficoltà che gli italiani detenuti all’estero incontrano, e come riesce l’Associazione ad aiutare i nostri connazionali?

La prima difficoltà che i nostri connazionali incontrano è sicuramente quella della lingua che a cascata crea problemi per tutta la gestione del procedimento penale.
La seconda è quella di riuscire ad avere una difesa tecnica adeguata, una scelta attenta del difensore è fondamentale; la fase dell’arresto o del fermo, se mal gestite, possono creare danni irreparabili (ad esempio confessioni firmate senza conoscere il contenuto di ciò che stanno siglando o estorte con la promessa di una immediata liberazione)
L’associazione PDS offre sostegno alle famiglie e ai detenuti stessi attivando e mantenendo attivi i canali di comunicazione con il Ministero degli esteri e le Autorità consolari o le Ambasciate. Tiene alta l’attenzione del nostro Governo, sollecita i nostri rappresentanti all’estero affinché si preoccupino del connazionale in stato di detenzione verificando che vengano rispettati i diritti umani e che venga dato appoggio alle famiglie.
L’istituto del “gratuito patrocinio” non è valido per i processi che i nostri connazionali affrontano all’estero. Cosa comporta questo per gli imputati e per le loro famiglie?
Normalmente le famiglie vengono rovinate economicamente dai processi in terra straniera; i motivi sono molteplici: dalle spese per i viaggi e per fornire assistenza materiale al detenuto a quella per la difesa che i colleghi stranieri sovente fanno lievitare quando assistono cittadini di altri Stati. Purtroppo se arrestano un familiare a 5.000 km da casa non si può certo contrattare con il legale che lo assiste, si vuole soltanto la miglior difesa.

Gli italiani detenuti all’estero sono circa 3000. Quanti sono i casi attualmente seguiti dall’Associazione?

Non è possibile indicare il numero preciso perché la nostra assistenza si sviluppa su più livelli dalla semplice informativa via e-mail all’incontro al Ministero.

Il caso di Elisabetta Boncompagni e Tomaso Bruno risulta ancora più clamoroso alla luce della loro innocenza. Ci sono altri casi simili non ancora risolti? Quali?

Per la maggior parte dei casi di cui ci occupiamo non siamo autorizzati a divulgare nulla. Il caso più clamoroso è quello di Carlo Parlanti, condannato per violenza sessuale negli Stati Uniti e rientrato in Italia espiata la pena, un evidente errore giudiziario per cui io sto predisponendo, come difensore, istanza di nuovo giudizio in Italia ai fini dell’onorabilità.

italiani detenuti all'estero

Nel 2011 i rappresentanti dell’Associazione sono stati convocati due volte in audizione alla Commissione diritti umani del Senato. Cosa è emerso e quali sono stati i risultati di questi incontri?

La Commissione ci ha convocato una prima volta come associazione ed una seconda per la vicenda di Carlo Parlanti; la nostra audizione era inserita nel c.d. “anno delle carceri” ed era volta a comprendere quali fossero eventuali problematiche ricorrenti e quali fossero le nostre esperienze.
E’ stato un grande onore che ci ha ripagato degli sforzi fatti per aiutare i detenuti all’estero; era la prima volta che veniva esaminato il problema delle condizioni degli italiani detenuti all’estero e siamo felici di essere riusciti a far emergere e portare all’attenzione della politica le condizioni in cui vivono 3.000 italiani (la cifra resta tendenzialmente costante) e le loro famiglie.

Prigionieri del Silenzio

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Francesca Canali

Francesca Canali da alcuni anni è responsabile della trasmissione Vugraph durante i Campionati. Da Gennaio 2013 collabora con la sala stampa della FIGB.
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